“Mancanza di personale” è una provocazione, ma anche il nome di una pizza.
Nessuno verrà a servirmi.
Quando il dispositivo inizia a lampeggiare, so che è arrivato il mio turno. Mi alzo per prendere la pizza e la mangio lì, in piedi, proprio accanto al forno, invece di portarla al tavolo.
Un messaggio così forte e politico compare tra una montanara e i dettagli di una degustazione.
Non serve a offrire l’ennesima "esperienza", ma a ricordarci che oggi trovare personale è diventata un'impresa ben più complessa che trovare clienti.
Sarà perché il turismo, la ristorazione e i pubblici esercizi si sono trasformati in una macchina alimentata da manodopera a basso costo e da un turnover forsennato. Risorse umane su cui nessuno scommette e con mansioni che i dipendenti stessi considerano un ripiego.
Eppure, secondo le stime ENIT, questo settore solo nel 2026 ha inciso circa il 13% sul PIL nazionale, producendo un valore economico diretto stimato intorno ai 237-240 miliardi di euro.
I giovani vogliono fare gli influencer? Non c’è più la passione di una volta nell’imparare nuovi mestieri? Sarà vero, ma la realtà è che abbiamo normalizzato stipendi esigui, mansioni poco qualificanti e ritmi da burnout. Condizioni che non pagano le bollette e di certo non accendono la motivazione.
Saresti disposto a lavorare 10 ore consecutive, festività incluse, per poco più di 1.300 euro al mese?
A saltare il giorno libero o a vivere sei mesi in Italia per poi rincorrere altre stagioni tra Svizzera e Germania per arrivare a fine anno?
Non si può chiedere a un dipendente di condividere il rischio di impresa, qui nessuno ha i superpoteri, e non siamo in America, dove le mance generose bilanciano la paga base.
Se in molti sono incastrati in questo sistema è perché non hanno alternative, qualifiche o inseguono uno scopo più alto, come la richiesta di un mutuo, un trasferimento o la cittadinanza.
Ma non è tutto.
C'è chi continua a lavorare in nero, chi ha un contratto part-time, nonostante superi le otto ore giornaliere, con tutte le difficoltà del caso per garantire la firma al contratto d'affitto.
Persino durante un’emergenza come il Covid, molti dipendenti si sono trovati per mesi in attesa dell'arrivo effettivo della cassa integrazione, anticipata o gestita dai datori, e stiamo parlando di imprenditori consolidati, con proprietà, liquidità e un bel Riva a mare. Incredibile, triste, ma terribilmente vero.
Sul fronte delle competenze la situazione è emblematica.
In Italia la conoscenza delle lingue - basica da nord a sud - sta migliorando, ma è quasi sempre il frutto dell'esperienza sul campo o di sbiaditi ricordi scolastici.
Chiediamoci perché.
Mentre molti studenti hanno scelto gli istituti professionali alberghieri per cominciare a diplomarsi e lavorare, le migliori accademie di management turistico e hôtellerie, come quelle svizzere, che rappresentano l'eccellenza, restano una prerogativa riservata a chi può permettersi rette stellari o ha già un futuro alla dirigenza della propria azienda.
La formazione annuale del personale invece viene vissuta come un’iniziativa personale, un costo inutile o un adempimento burocratico da smarcare solo se c'è qualche fondo pubblico a coprirlo.
Come vogliamo accogliere milioni di turisti senza personale e con la qualità dei servizi che sta già vacillando?
Accanto alle catene alberghiere managerializzate ci sono quelle “piccole”, a gestione familiare, che cercano di trovare la propria dimensione nel ricambio generazionale, in un mercato fluttuante, che prevede commissioni alte e invita a tagliare i costi vivi.
Il risultato? Pacchetti turistici all inclusive al ribasso, venduti con lo stile di una televendita anni '90 a un turismo di massa mordi-e-fuggi. Non c'è da stupirsi se c’è chi preferisce farsi il caffè al distributore di un buffet in albergo, piuttosto che attraversare la strada e ordinare quello al bar.
Non sto pensando all'extra lusso, anzi. Sarebbe utile verticalizzare l'offerta turistica, con servizi dedicati alle famiglie, al benessere, allo sport, agli amanti degli animali. La lista è lunga e potrebbe dare spazio a tutti.
Inutile dire che neanche le strutture ricettive pluristellate sono assolte. Non faccio fatica a immaginare la cliente spazientita che parla al suo assistente perché l’aria condizionata non è a temperatura, manca la sua acqua preferita o non c’è disponibilità per il trattamento che solitamente fa in India.
Negli alberghi di lusso la proporzione ideale è di 2 o 3 dipendenti per ogni ospite. Sai che cosa significa? Forse qualcuno non sa fare i conti, perché spesso da soli si è costretti a coprire più mansioni, emergenze incluse, mentre si cerca di garantire il miglior servizio a una fascia di clienti tra le più esigenti.
Anche i soggiorni a quattro cifre a notte richiedono un’ottimizzazione dei processi interni, uno staff adeguato e un maggior network con il territorio.
Non è così per tutti, è ovvio. Sappiamo quello che va bene, ma come stiamo affrontando quello che non va?
Viaggiando raccolgo spesso questi sfoghi, così oggi ho pensato di mettere tutto nero su bianco.
La prossima volta che sei in viaggio - poco importa che si tratti di dovere o piacere - non dimenticare che la qualità dei servizi che ricevi è una catena, tu ti trovi di fronte all’ultimo anello. Se possibile, forse una mancia o una recensione possono aiutare.
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